Il ghiacciaio Shkara

Il cielo è basso, grigio, pesante. Le nuvole sembrano blocchi di granito in bilico, pronte a franare. Scendiamo tra i rami contorti e fradici delle betulle storpiate dalle valanghe primaverili. Guardo Ken il nostro geologo 75enne. Avanza lento dietro di me, il cappuccio della giacca a vento tirato fin sul naso, lo sguardo fisso e concentrato sui sassi nascosti sotto l’erba alta. Penso alla sua viscerale passione per i ghiacciai, all’entusiasmo che ancora lo spinge attraverso le catene montuose del mondo: Karakorum, Himalaya, Caucaso. Non so bene in quale categoria dello spirito possa essere catalogato l’entusiasmo. Se tra le passioni che sbocciano e crescono spontanee o tra quelle che vanno pazientemente coltivate. Forse è un ibrido come queste orchidee selvatiche viola che crescono tra le pietre ai piedi del monte Shkara. Una ricerca che dura tutta la vita, fatta di studi, osservazioni, intuizioni. Un’attenzione costante, un impegno liturgico, una piacevole condanna. Il Sisifo felice.


Abbiamo raggiunto i cavalli. Montiamo in sella e aggrappati alle redini guadiamo il torrente che nasce dalle viscere del ghiacciaio. I sassi tondi di granito rotolano tra gli zoccoli nell’acqua bianca e impetuosa. Arriviamo al campo a “ura de acqua” come dicono i contadini della bassa bresciana. Nemmeno il tempo di scaldarci un caffè che siamo costretti a fuggire ognuno nella propria tendina. I portatori scendono verso Ushguli spronando i cavalli e presto scompaiono dentro il muro di pioggia.

Sul tetto della mia tenda le gocce si accorpano come organismi cellulari, si fanno grandi e pesanti finchè svivolano giù, lungo le pareti di nylon. Il ticchettio è forte, costante, ipnotico. Voglia di avere la propria donna, tra le braccia. Uno, dopo un mese, ne avrebbe anche diritto…

La pioggia cade a raffiche per il resto del pomeriggio finchè, verso le sette, smette di colpo. Elgugia, il nostro autista di Mestia, ha trovato nel greto del torrente un brandello di copertone. Con pazienza ne ricava lunghe strisce che poi infila sotto la ramaglia fradicia. La corteccia delle betulle, pur bagnata, prende fuoco facilmente. Una densa colonna di fumo si è ora alzata dal falò. Se ne va via bassa a filo d’erba. Merab e Luca arrivano con altra legna da ardere. Sarà l’ennesima cena in piedi, il solito party, i soliti invitati. Affetto un piccolo salame dopo aver strappato la plastica con le scritte in cirillico. Elgugia butta il mozzicone della sigaretta e col suo sguardo da bandito mi fa segno di aspettare a mangiarlo. Solleva il cofano del furgoncino 4×4 e sfila l’asta con cui si misura l’olio del motore. La pulisce con un lembo di carta igienica e con cura vi infilza le rotelle di salame. E’ vero, cotte sul fuoco di betulla e copertone hanno tutt’altro sapore.

E’ ormai notte e ha ripreso a piovere. Non abbiamo più nulla da dirci così ognuno torna alla propria tenda.

La notte è stata lunga, monotona e senza sonno. Ho gli occhi chiusi, la testa infilata dentro il sacco a pelo. Tolgo una mano e nel buio recupero l’orologio: h.5:08. Abbasso la cerniera della tenda e spio fuori: stelle, tantissime, a grappoli, lampeggiano intermittenti come pixel nello schermo nero del cielo. Accendo la torcia frontale, infilo il douvet e mi vesto. In ginocchio preparo il materiale fotografico disponendolo sul sacco a pelo umido di condensa. Metto i pantaloni di goretex e infilo gli stivaloni di gomma. Ho imparato ad apprezzarli al Rwenzori. Non fanno certo parte dell’attrezzatura classica di ogni alpinista, ma tra l’erba alta sono di gran lunga migliori di qualsiasi scarpone.

L’aria è fredda e leggera, il cielo altissimo. Lo Shkara raggiunge a fatica i 5.000 metri, ma è così grande e possente da sembrare un colosso himalayano. La sua parete sud, alta più di 2.000 metri, è fatta di ghiacciai pensili, creste rocciose, torrioni sospesi, nevai, seracchi.

Il cielo a oriente si è fatto azzuro. Una nuvola, in alto sulla destra, ha iniziato a illuminarsi. Sollevo la manica del douvet e premo il pulsante dell’orologio: h.5:55, presto sarà l’alba. Piazzo il treppiedi e punto il piccolo grandangolo della mia macchina fotografica. Setto il fuoco all’infinito e scelgo un diaframma adatto a quando il sole sbucherà oltre i contorni ancora bui della montagna. Collego l’intervallometro per il “timelapse”: 200 scatti, uno ogni 7 secondi e faccio partire. Per questa ripresa, 8 secondi di film, ci vorranno 23-24 minuti. Ho tutto il tempo per scaldarmi un caffè. Nel frattempo anche Merab, l’interprete della nostra spedizione, si è alzato. Si aggira tra le tende trascinando i suoi enormi scarponi slacciati che con disprezzo chiama “the Stalin boots”.

Ora il sole ha iniziato a lambire i margini più alti della cresta est dello Shkara. La cornice di neve esile e affilata si è colorata di rosa. Il resto della parete è ancora buia, prigioniera dell’ombra. Anche il secondo time lapse è terminato. Cambio inquadratura e prendo il teleobiettivo puntandolo in direzione sud, verso un poderoso contrafforte appena sotto la cima. Tra poco meno di mezzora, ne sono certo, verrà lambito dal sole. Chiudo il diaframma della mia Canon 5D di due stop, forse troppo… Adoro la sottoesposizione. Mi piace il nero cupo, l’ombra tetra e profonda dei diedri di roccia e dei canaloni ghiacciati. Ansel Adams, maestro della fotografia di montagna, con le sue esposizioni zonali e l’infinita scala dei grigi non la pensava così, ma a me non importa. A me piace descrivere il mistero delle montagne, la paura che incute in noi alpinisti quel buio profondo, quel nero cupo dei couloirs e delle goulottes. E poi Ansel Adams mica ha ripetuto il Super Couloir del Tacul. Io sì, e quasi ci lasciavo le ghette… Per questo posso permettermi di tenere celate le pieghe più intime e oscure delle montagne. Perché le pareti più belle non vanno mai svelate, ma venerate. Consacrate al loro cupo mistero.


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