Discesa al Jannu, un’enorme trasformazione del paesaggio

Suona la sveglia a un orario accettabile, dopo le fatiche in alta quota del giorno precedente ci permettiamo di alzarci alle 7:00. Esco dal sacco a pelo scrollando via la brina ghiacciata che si è formata dalla condensa del mio respiro e apro la lampo della mia piccola tenda. Di fronte a me le vette dei colossi himalayani illuminati per primi dalla luce del sole. Siamo al campo base del Kangchenjunga a 5150 metri, non fa molto freddo solo qualche grado sotto lo zero, il cielo è sereno e appena metto il piede fuori dalla tenda sento subito l’affanno del mio respiro.

Il nostro cuoco Lakpa ci serve la colazione in modo ossequioso, come fossimo in una spedizione britannica di fine ‘800. Terminato il rituale dello smontaggio del campo, come tutte le mattine, ci prepariamo alla lunga discesa.

Prima di iniziare a camminare seleziono le immagini storiche e gli scorci che credo di poter incontrare lungo il tragitto e scopro che uno scatto scelto dagli archivi dell’Alpin Club inglese era stato realizzato poco sotto il campo base. Mi affaccio da un balcone detritico franato a causa del ritiro del ghiacciaio e cerco di posizionarmi nello stesso luogo di scatto della fotografia realizzata da Wildman, membro di una spedizione inglese del 1930. Il terreno instabile e ripido cede sotto i miei piedi e fatico a trovare una posizione sicura per porre il mio cavalletto. Preparando il materiale in posizione precaria immagino che 88 anni fa il fotografo inglese era comodamente posizionato su un prato accanto alla sua tenda.

Iniziata la discesa lungo la morena laterale dell’enorme ghiacciaio Kangchenjunga, pochi chilometri più in basso, trovo un altro luogo di scatto da cui 119 anni prima (1899) Vittorio Sella, membro della spedizione italo inglese organizzata da William Freschfield, scattò una delle sue fotografie su lastra 30×40 cm. Per riprodurre la stessa distorsione introdotta dalla lente sulla pellicola utilizzata da Sella e realizzare così un confronto perfettamente sovrapponibile punto per punto utilizzo anche io la folding Linhof su pellicola 4×5 pollici e riproduco la stessa inquadratura per realizzare il confronto. Anche a vista, confrontando l’immagine storica con la visione del ghiacciaio attuale, si nota in modo evidente l’enorme trasformazione del paesaggio. Il ghiacciaio, infatti, è a circa 200 metri più in basso, depresso fra le due enormi morene anche loro franate a seguito del grande collasso della massa glaciale.

Arrivati a Lonack nel primo pomeriggio montiamo le nostre tende e ci rifugiamo nella tenda mensa per un te al burro di Yak.

Il mattino seguente Andrea e Federico insieme a Prem, la nostra guida, partono all’alba per raggiungere la fronte del ghiacciaio Kangchenjunga e realizzare, come da programma, il transetto GPS della sua fronte attiva e aggiungere così dati fondamentali da integrare al lavoro di telerilevamento che stanno realizzando i ricercatori del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università Statale di Milano. Io, intanto, aspetto i portatori e cerco di camminare con loro per conoscerli meglio. Tra noi, ormai, c’è confidenza e scherzando spesso con loro in una buffa lingua mista fra nepalese e inglese cerco di capire le loro abitudini e le loro ambizioni. Sono quasi tutti giovanissimi, dai 15 ai 24 anni, della popolazione Sherpa. Proprio dal nome della loro etnia deriva l’appellativo con cui sono comunemente chiamati i portatori, elementi fondamentali per la riuscita di tutte le spedizioni in alta quota. Senza di loro sarebbe impossibile trasportare le centinaia di chili di materiali e cibo necessari per l’autosufficienza per uno o più mesi in zone remote. Una delle caratteristiche che mi ha particolarmente colpito, alla base della cultura sherpa, è il grande rispetto e considerazione che c’è nei confronti della dignità dell’uomo. Anche quando un individuo infrange vistosamente il codice morale, questa viene considerata una faccenda che riguarda l’individuo senza dare adito, per nessuna ragione, al pubblico disprezzo. Per gli sherpa non è importante avere una personalità eroica, ma essere miti e prudenti; non conta avere grandi ricchezze, ma essere disposti a dividere ciò che si ha con chi è più bisognoso o a dimostrare la propria generosità e ospitalità in occasione di feste e manifestazioni religiose. Queste, per loro, sono le caratteristiche che una persona deve avere per riscuotere il consenso della comunità.

Arrivati a Kambachen dove ci accamperemo per la prossima notte preparo subito l’attrezzatura per il giorno successivo nella speranza che il tempo sia buono. Avrò un’unica chance: da lì, risalendo un ripido pendio per circa 500 metri, dovrò ritrovare il luogo esatto da cui Vittorio Sella 119 anni prima scattò una delle sue famose fotografie. Si tratta di uno splendido scatto del ghiacciaio Jannu da cui si evidenzia la sua estensione fra le due enormi morene laterali. Conosco questa fotografia da quando sono bambino, nell’osservarla mi è sempre venuto in mente un enorme drago che riposa fra le grandi montagne di oltre 7000 metri.

Il giorno successivo, dopo circa un’ora e mezza di faticosa salita su balze erbose e numerosi sali scendi, ritrovo l’esatto punto fotografico di allora e, come sempre, tutto combacia con la fotografia storica eccetto la fronte del ghiacciaio che oggi si trova a più di un chilometro a monte rispetto alla posizione del 1899. Inoltre dal confronto fra le fotografie si nota come il ghiacciaio sia depresso di oltre 200 metri dentro le sue morene laterali che invece trattandosi di detrito roccioso sono rimaste più o meno nella stessa posizione.

Il risultato del confronto è impressionante, ogni parola è superflua.

Smontata l’attrezzatura corriamo a valle verso l’unico ponte che ci permette di attraversare il grande fiume glaciale. Attraversata la vecchia morena detritica del ghiacciaio Jannu, in alcuni punti anche molto ripida, ci immergiamo nuovamente nella foresta di rododendri ancora fioriti con il sottobosco pieno di narcisi gialli. Arrivati a Ghunsa vediamo il villaggio con un tempo nettamente più bello dell’andata e ci si rivela un luogo incantevole, proprio come descritto anche da Freschfield.

La mattina ci svegliamo con un freddo invernale e il rumore dei tuoni, inizia a nevicare e in poco tempo tutto si copre di bianco. Ritardiamo la partenza di un’ora aspettando il miglioramento del tempo e poi, proseguendo verso valle, raggiungiamo Phole un paese di rifugiati tibetani che sopravvivono grazie all’agricoltura e alla produzione di prodotti artigianali come collane, tappeti e lana prodotta con tecniche tradizionali. A sostegno di quella piccola economia acquistiamo alcuni loro prodotti e beviamo il loro tradizionale tè con il burro di Yak che ci aiuta a ricaricare le forze per il lungo tragitto che ancora ci aspetta per raggiungere Amjlosa, una piccola località che si trova a 1200 metri più in basso.

La sera rispondo a qualche emails mentre tutti vanno a dormire e prima di spegnere il modem satellitare ricevo un messaggio poco piacevole. Il nostro tour operator mi avvisa che dobbiamo tornare al più presto a Kathmandu perché l’ambasciata cinese non ci ha concesso la Visa per entrare in Tibet e il console cinese vuole incontrarci per un colloquio ma purtroppo questa non si è rivelata l’unica brutta notizia. Il mattino seguente, infatti, ricevo un altro messaggio in cui mi comunicano che la TMA (la Tibetan Mountain Association) su ordine del Ministero dell’Ambiente cinese ha tagliato tutti i permessi rilasciati per la zona dell’Everest. Il motivo sembra sia l’eccesso di sporcizia riscontrata al campo base a seguito di un’ispezione di una delegazione del Ministero. Tuttavia ci confermano che il nostro permesso è stato comunque rilasciato ma ridotto di ben 6 giorni e con un limite: non superare la quota di 5800 metri.

Da subito mi sono reso conto che tale limitazione poteva compromettere l’intero lavoro da svolgere in Tibet, sempre se comunque avessimo ricevuto la Visa.

Se ciò non bastasse nella tappa successiva viviamo l’esperienza di un violento temporale pre-monsonico che ci costringe a cambiare sentiero per evitare una zona particolarmente franosa ma che comunque si rivela da subito altrettanto pericoloso per la sua esposizione.

Nonostante le varie scivolate nel fango arriviamo completamente zuppi ma sani e salvi al villaggio di Tapletock.

Per la tappa del giorno successivo decido di affittare un fuoristrada che in due giorni per un totale di 25 ore di percorso massacrante, in parte svolto nella foresta pluviale nepalese, ci porta a Birthnagar da cui prendiamo un volo domestico per raggiungere finalmente Kathmandu.

Di seguito il terso video della spedizione e una gallery con le foto di backstage

 

 

Gallery

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