Il ritorno a Kathmandu e l’incontro con il Professor Kayastha

Le bandierine di preghiera sventolano oltre i 5200 metri del passo Kutang La, alle noste spalle lasciamo l’altopiano semidesertico del Tibet mentre iniziamo a scendere lungo ripidi versanti e strette valli di corsi che scorrono verso sud. Le conifere iniziano a riaffacciarsi dai pendii e ci accompagnano nella discesa fino al confine tra Cina e Nepal.

Sono quasi due mesi che viviamo a oltre 5000 m di quota, le foto e i rilievi che abbiamo fatto nei pressi del Cho Oyu hanno decretato la fine del lavoro sul campo. Adesso è arrivato il momento di tornare a Kathmandu e poi a casa per mostrare i risultati della spedizione. Con noi abbiamo la testimonianza che il riscaldamento climatico ha influito in modo devastante sui ghiacciai che scendono verso l’altopiano.

Uno degli effetti più eclatanti del riscaldamento sui ghiacciai tibetani visitati (sui versanti nord di Everest e Cho Oyu) ma anche nell’area del Kangchenjunga è la crescita in numero e di dimensioni dei laghi epiglaciali che si formano sulle superfici dei ghiacciai; queste superfici d’acqua trasmettono energia termica al ghiaccio sottostante accelerandone la fusione, favorendo lo smembramento delle lingue glaciali e la contrazione del ghiacciai.

La nostra spedizione si aggiunge alle numerose spedizioni che hanno studiato e monitorato l’andamento dei ghiacciai tibetani dall’inizio del ventesimo secolo e le decine di foto di confronto scattate da Fabiano mostrano chiaramente una perdita di masse glaciali enormi. Negli ultimi 40 anni o più, i ghiacciai si sono ridotti di oltre 6600 km2 in tutto il Tibet, con tutte le conseguenti problematiche ecologiche e sociali.

Il Professor Rijan Baktha Kayastha, docente del Dipartimento di Scienze Ambientali e Ingegneria dell’Università di Kathmandu, che abbiamo incontrato prima di ripartire per l’Italia, ci spiega che:

“Dagli anni ’80, il problema del ritiro dei ghiacciai assume una certa rilevanza in tutta l’area himalayana, e dagli anni ’90 si assiste a una forte contrazione dei ghiacciai dell’Altopiano tibetano ma non solo; il motivo di questo notevole cambiamento è attribuito al riscaldamento globale”.

Il professor Kayastha si occupa di glaciologia e climatologia, e attualmente sta portando avanti il Cryoshpere Monitoring Project un progetto di monitoraggio sui ghiacciai in relazione ai cambiamenti climatici.

“Il ritiro dei ghiacciai – continua il professore – ha un notevole impatto sociale e ambientale su tutte le comunità che vivono lungo i corsi d’acqua alimentati dai ghiacciai. Basti considerare i problemi di approvvigionamento idrico, le alluvioni sempre più frequenti legate al cedimento delle dighe moreniche che sostengono i laghi glaciali, i gravi rischi di frane sui versanti un tempo sostenuti dai ghiacciai, le zone umide in ritirata. Inoltre, i fiumi, con deflussi sempre più instabili, passano da un regime arido ad impetuoso minacciando le condizioni di vita di persone, animali e piante”.

L’unico provvedimento possibile per contrastare questo trend è contenere o meglio ridurre le emissioni dei gas serra (anidride carbonica e metano, tra i principali), colpevoli del riscaldamento globale che provoca il veloce ritiro dei ghiacciai, la desertificazione di ampie aree, l’estremizzazione del clima in tutto il mondo. La notizia di questi giorni è che le concentrazioni medie di CO2 a livello globale hanno raggiunto, nel 2017, 405,5 parti per milione. Un vero record! La domanda che ci facciamo è: saprà la specie umana rispettare gli accordi di Parigi del 2015 in cui si stabiliva di contenere la temperatura globale al di sotto dei 2°C di aumento rispetto all’era preindustriale? Studi recenti ci dicono che anche se raggiungessimo l’obiettivo di contenere il riscaldamento, entro la fine di questo secolo avremo perso un terzo dei ghiacciai.

Andrea Bollati, Federico Santini, Fabiano Ventura

Di seguito il video

 

 

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