Salita al monte Banguriani (3885 m)

I giorni sono trascorsi troppo velocemente. Ho ancora nitidi i ricordi della partenza, con la sua solita carica di ansia, curiosità ed eccitazione, e già mi ritrovo a pianificare le ultime ore della spedizione. Per concludere le attività che abbiamo in programma, nei prossimi giorni il team si dividerà in tre squadre: Riccardo dovrà recuperare il data-logger installato subito dopo l’arrivo e dovrà misurare le paline posizionate sul ghiacciaio Tviberi a 2500 metri di quota; Marco e Luca accompagneranno Kenneth sul ghiacciaio Shkara per effettuare le ultime riprese per il documentario, e io potrò dedicarmi all’ultimo obiettivo fotografico della spedizione, la ripetizione della famosa fotografia panoramica realizzata da Vittorio Sella 121 anni fa dalla vetta del monte Banguriani, a 3885 metri di quota.

Come sempre qui, la pianificazione della logistica deve scendere a patti con quella percentuale di indefinibili avversità che di volta in volta si manifestano nelle forme più strane: Georgy, la guida alpina che avrebbe dovuto accompagnarmi, è stato morso da un cane e non è in grado di muovere un passo. Per fortuna mi presenta un suo amico in grado di sostituirlo, il tutto la sera stessa prima di partire. In fretta e furia riesco anche a trovare un ragazzo, che, con il suo cavallo, potrà portare i carichi più pesanti come le tende e l’attrezzatura fotografica.

Già alle 5:00 del mattino successivo siamo in cammino. La mia partenza coincide con quella di Riccardo; un cenno di saluto, e poi ognuno per la propria strada, diretti verso i rispettivi appuntamenti. Il tempo non sembra voler essere dalla nostra parte, le nuvole basse chiudono la valle di Mestia in un’atmosfera irreale e opprimente, con il terreno reso pesante dalle intense piogge della notte. Con Mikho, la mia guida, raggiungiamo il paese dove incontreremo Goga e il suo cavallo.

Durante il cammino le nuvole iniziano a frammentarsi, per disegnare fantastici panorami coronati dalle montagne circostanti, già imbiancate dalle prime nevicate. Il mio primo istinto è quello di ritrarre il paesaggio con la folding Linhof, ma capisco subito, dati i forti contrasti, che è meglio godersi il paesaggio con gli occhi: la differenza di luminosità fra la parte illuminata delle montagne innevate e la valle ancora in ombra ed avvolta dalla nebbia è impossibile da ritrarre, anche utilizzando tutti i filtri degradanti a mia disposizione. Mi rilasso, e mi immergo nella visione dell’alba; per una volta affiderò soltanto alla mia memoria il ricordo di questi momenti.

Ci aspettano ben 1600 metri di dislivello per arrivare al campo base; comunichiamo tra di noi con brevi gesti: infatti né Mikho né Goga conoscono una sola parola di inglese, cosa che potrebbe rappresentare un grave ostacolo nel caso sorgessero problemi durante la salita.

Buona parte della salita si svolge su una bellissima cresta panoramica, la vista sul monte Usbha e i suoi ghiacciai è mozzafiato. Arriviamo al campo base verso le 11:30, e il cavallo è vivo per miracolo: infatti, in diversi punti i sentieri appena accennati e ripidi hanno messo a dura prova il suo equilibrio. Non siamo soli, una tendina arancione ci svela la presenza di alcuni ragazzi moldavi che, come noi, tenteranno la salita del Banguriani.

Monto rapidamente la mia tenda Ferrino, e approfitto della bella luce per qualche scatto rubato alla montagna. Al tramonto preparo l’attrezzatura per la salita dell’indomani; un piatto di minestra calda è la mia cena, poi mi infilo nel sacco a pelo e tutto scompare nel sonno.

La sveglia è come al solito per le 5:00; abbiamo un’ora per i preparativi finali, poi si parte per la salita. In mezz’ora raggiungiamo i piccoli ghiacciai sotto la montagna e saliamo verso un imbuto che porta ad un ripido canale roccioso. La roccia, come immaginavo, è tutt’altro che solida. Grazie alla poca neve caduta il giorno precedente e al ghiaccio sotto il detrito roccioso, posso mettere i ramponi e raggiungere la cresta sinistra della montagna da cui, in circa un’ora, camminando sul filo di cresta quasi sempre marcia, raggiungiamo la vetta!

Come sempre accade nel raggiungere il punto più alto di una montagna, la stanchezza della salita svanisce e l’emozione di affacciarsi sul lato opposto è fortissima. In questo caso, inoltre, l’emozione è doppia: oltre al raggiungimento di questo splendido affaccio sul Central Caucasus Range, visualizzo in un solo sguardo anche il panorama effettuato da Vittorio Sella nel 1890!

E’ molto difficile descrivere la sensazione che provo nel raggiungere un punto fotografico studiato e sognato per tanti mesi, a volte anni: è come finire un puzzle di migliaia di pezzi, solo che invece che stare seduti ad un tavolo, si organizza una spedizione e si sale una montagna……. In quei momenti penso sempre al fotografo che mi ha preceduto, esaltato e meticoloso come me: lui, spinto dalla volontà di documentare luoghi inesplorati, ed io, utilizzando i suoi preziosi scatti, con la voglia di documentare i cambiamenti occorsi ai ghiacciai. Entrambi legati da una volontà che caratterizza da sempre l’essere umano: il desiderio di conoscenza. Lungo questa direzione io ho mosso i miei passi, per aggiungere un’esperienza che forse visivamente, e scientificamente, potrà essere in grado di fornire informazioni preziose affinché si possa comprendere meglio la natura di questi luoghi, e si possa ascoltarne i suggerimenti che senza voce sono raccontati tra le rocce e il ghiaccio.

Nelle prime ore del mattino il panorama che mi avvolge è spettacolare. Osservo le sette immagini di Sella che ho portato con me dall’Italia come riferimento visivo, e immediatamente noto i forti arretramenti e i collassi dei tanti ghiacciai osservabili: alcuni dei più piccoli sono completamente scomparsi. Il tempo è splendido, nessuna nuvola in vista, ma mi affretto ugualmente a posizionare la folding per assicurarmi le fotografie; Vittorio Sella sul suo diario di viaggio aveva infatti annotato: “La vista è stupenda, ma per la posizione nostra rispetto ai colossi dell’Ushba e del Tetnuld è favorevole alla fotografia soltanto nelle ore avanzate del giorno. L’Ushba nel mattino è illuminato troppo di fronte ed il Tetnuld alle spalle. L’ora migliore per ritrarre il vasto panorama sarebbe la 1 pomeridiana, ma le nubi in quell’ora coprono quasi sempre le cime”. Meglio non sfidare la sorte, qui le condizioni meteo hanno mostrato di essere capaci di cambiamenti davvero repentini.

Nonostante tutto, però, sono più fortunato del mio predecessore: il cielo rimane sereno per tutta la mattina, e alla fine riuscirò a realizzare ben tre sessioni di ripresa, utilizzando due diverse lenti. Fotografo anche i ragazzi moldavi, che raggiungono la vetta dopo essere saliti lungo la cresta sud, e un gran numero di dettagli dei singoli ghiacciai.

Verso le 13:00 inizio la discesa, mi aspettano circa mille metri di dislivello prima di raggiungere il campo base, e poi altri 1600 metri per raggiungere il villaggio di Mestia. Al campo base mi fermo solo pochi minuti, il tempo di riprendere fiato e sistemare l’attrezzatura per l’ultima parte della discesa. Saluto i ragazzi moldavi che proseguono la loro avventura, rimarremo in contatto grazie alla posta elettronica.

Dopo numerosi ripidi traversi, raggiungo la cresta che mi condurrà in basso, e procedo immerso in un panorama grandioso che mi regala la visione dell’intera valle di Mestia, con il Leila Gora sullo sfondo e il grande Ushba e i suoi ghiacciai. Mi fermo con Mihko per una breve sosta, senza parlare mangiamo mirtilli mentre Goga, con il suo cavallo, prosegue lentamente il cammino; lo seguiremo tra breve, penso, e invece ecco che le esili tracce si perdono ancora nel bosco. Proseguiamo orientandoci alla meno peggio, attraverso rapide balze erbose ricoperte di larici e betulle, un paesaggio da fiaba che ci conduce in circa due ore sui grandi prati arati nell’alto vallone di Mestia, proprio sopra l’ultimo paese. La vista da qui è commovente, con la luce radente del pomeriggio che esalta forme e colori, e la mia mente fotografica che d’istinto torna a calcolare tempi e diaframmi per ogni possibile ripresa, finché, quasi di soprassalto, resto colpito dal silenzio e dal calore della giornata che si avvia al tramonto. Mi rilasso completamente e decido di non fotografare: il ricordo di questi momenti resterà solo nella mia memoria, per lasciarmi scivolare come in un sogno nelle terre incontaminate della selvaggia Svanetia.

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