Valtellina, Gran Zebrù, Adamello, seguendo le tracce di Vittorio Sella e della grande Guerra

La pre-spedizione “Alpi 2020” sta per terminare. Dalla Val Gerola ci spostiamo direttamente in alta Valtellina per raggiungere il rifugio dei Forni, uno dei primi esempi di turismo glaciologico. Il rifugio infatti è stato costruito a fine ‘800 proprio per consentire ai turisti di visitare la fronte del ghiacciaio dei Forni che allora era a poche centinaia di metri da esso.

Il mattino seguente raggiungiamo alcuni alpeggi a una mezz’ora di cammino dal rifugio da cui riusciamo a ripetere una famosa fotografia di Vittorio Sella del 1887. La valle è bellissima ma è impressionante vedere, confrontando il paesaggio con l’immagine storica, come si sia completamente svuotata dall’enorme massa di ghiaccio che costituiva l’allora lingua terminale del ghiacciaio. La ricerca della stessa inquadratura non è semplicissima, le baite e le stalle riprese da Sella infatti non sono più nella stessa posizione di allora pertanto sono costretto a fare uno sforzo di astrazione e utilizzare solo le creste delle montagne per gli allineamenti necessari. E’ sempre emozionante ripetere una fotografia storica vista su tante pubblicazioni.

Nel primo pomeriggio ci incontriamo con il Prof. Claudio Smiraglia e la Prof.ssa Guglielmina Diolaiuti per salire al rifugio Branca e proseguire verso la fronte del ghiacciaio dei Forni. Vorremmo ripetere alcune fotografie storiche e farci raccontare la loro lunga esperienza scientifica e didattica su questo ghiacciaio e scattare alcune fotografie della fronte e del torrente che ne deriva. Nel pomeriggio la luce si fa più radente e scendendo a valle mi avvicino al torrente in prossimità di alcuni salti rocciosi dai quali l’acqua scendendo vigorosa forma delle vere e proprie onde alte diversi metri. La mole di acqua, e l’impeto con cui scende a valle, mi fa riflettere su quanto velocemente stia fondendo il ghiacciaio in questo periodo estivo in cui le temperature sono sopra la media.

Il giorno seguente grazie a un permesso scientifico rilasciatoci dal Parco Nazionale dello Stelvio riusciamo a salire con la Jeep al rifugio Pezzini così da portare tutta l’attrezzatura video e fotografica. Da lì partiamo, dopo una rapida selezione del materiale, sempre accompagnati dal prof. Smiraglia verso il passo Zebrù per raggiungere la Cima Zebrù da cui Vittorio Sella aveva scattato tre interessanti fotografie nel 1887.

Lungo la cresta, dove i resti della grande guerra sono molto evidenti:  incontriamo infatti lunghi fili spinati stesi a terra per centinaia di metri e molte trincee scavate in mezzo alle pietre.

Mentre saliamo il Gran Zebrù inizia a coprirsi di nuvole mentre il Cevedale è ancora libero. Con le fotografie in mano, arrivati quasi su una vetta mi rendo conto, dopo diverse prove di allineamento per ritrovare i punti fotografici, che Sella aveva posizionato il suo cavalletto in un unico punto da cui scattò tutte e tre le fotografie. In questo caso però è più complicato trovare gli allineamenti perché le creste intorno alla vetta sono state completamente modificate dai militari durante la guerra per la costruzione delle trincee.

Nell’attesa che le ombre si posizionino come sulle fotografie storiche, contempliamo il paesaggio riflettendo su come la prima guerra mondiale sia stata una follia e parallelamente su come sia folle il comportamento umano che ciecamente continua a sfruttare le risorse naturali in modo forsennato e insostenibile.

La sera, non soddisfatto degli scatti , decido di rimanere una notte al rifugio Pizzini per risalire nuovamente in vetta il giorno successivo. La mattina seguente il meteo è sempre molto variabile ma nel pomeriggio le nuvole che coprono le creste si diradano improvvisamente e riesco a ripetere nuovamente gli scatti storici da cui si evidenziano enormi differenze occorse non solo alle lingue glaciali, che si sono ritirate di centinaia di metri, ma anche a tutti quei ghiacciai pensili e seracchi che nel 1887 riempivano le creste rocciose che oggi, a distanza di 132 anni, sono rimaste completamente spoglie e brulle.

La metà di agosto si avvicina, sono molto soddisfatto del lavoro sul campo, ma abbiamo in programma un’ultima tappa. Il giorno di Ferragosto devo tenere una conferenza al palazzetto dello sport di Ponte di Legno in collaborazione con il CAI e la Pro Loco sui risultati del progetto. Un’occasione per visitare il ghiacciaio dell’Adamello, che sarà dunque la nostra ultima tappa. In particolare sono interessato, anche su proposta di Riccardo Scotti, a ripetere delle fotografie storiche della lingua terminale del ghiacciaio Mandrone realizzate da alcuni alpinisti austriaci già a fine ‘800 e altre scattate da militari italiani durante la Grande Guerra.

Salendo con le funivie del Tonale vediamo gli enormi teli bianchi che, posizionati sopra il ghiacciaio del Presena, avrebbero lo scopo di preservare l’ablazione del ghiaccio mentre non fanno altro che rallentare la sua agonia verso un destino ormai segnato. Nella mattinata raggiungiamo il rifugio Mandrone e, mentre io e Matteo realizziamo dei sopralluoghi per cercare i punti fotografici, Riccardo e Marco raggiungono la camera time-lapse del Servizio Glaciologico Lombardo per scaricare la scheda e fare un controllo per verificare che tutto funzioni in previsione dell’inverno.

Il giorno successivo riusciamo a ritrovare diverse postazioni fotografiche da cui erano state scattate le fotografie storiche della fronte del ghiacciaio Mandrone.

Ripetiamo uno scatto della capanna Lipsia abbattuta dagli italiani durante la guerra con un colpo di artiglieria partito dalle postazioni dei Corni di Bedole. La fotografia più interessante che riusciamo a ripetere è però lo scatto storico di fine ‘800 dell’allora seraccata frontale del ghiacciaio che, considerata la prospettiva particolarmente frontale e dal basso, evidenzia, a confronto con l’immagine moderna, l’enorme contrazione volumetrica del ghiacciaio che allora occupavano l’intera valle del Mandrone.

Oggi questa valle rimane una testimonianza di quel che era il ghiacciaio, le placche granitiche e bianche levigate dal ghiaccio e le enormi cascate di acqua di fusione rappresentano un grande cambiamento del paesaggio e sono la prova inconfutabile di come il clima stia mutando rapidamente.

Tale cambiamento è ben rappresentato dai molti confronti fotografici che siamo riusciti a realizzare in occasione di questa pre-spedizione “Alpi 2020” e che il prossimo anno andremo a terminare durante tutto il periodo estivo. Mi auguro quindi che questi confronti possano aiutare chi li osserva a mettere in pratica dei comportamenti più responsabili nei confronti della natura così da poterci garantire un futuro più sostenibile e quindi in armonia con l’ambiente.

Di seguito il video e una selezione di immagini di backstage

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