Una giornata in stile alpino

Cinque del mattino. Ha appena smesso di piovere, e le nubi basse chiudono l’orizzonte verso la testata della valle. Sono alla guida di una Lada Niva 4×4 nel fango delle vie di Mestia, alla ricerca di tre ragazzi di Tbilisi. La mia barba, dopo un mese di attività sul campo, rivaleggia con la loro. Per la prima volta abbiamo la possibilità di organizzare un’uscita in “stile alpino” o meglio, in giornata, leggeri, senza l’aiuto né di portatori, né di cavalli. Mi sento un po’ come a casa, muovendomi in jeep con gli amici glaciologi verso il villaggio di Zebeishi discutendo, più a gesti che a parole, di ghiacciai, università, Caucaso e Adriano Celentano, un mito intramontabile da queste parti.

Arrivati al paese perdiamo tempo intrappolati nelle pratiche burocratiche, con i militari che controllano la valle di Tviberi. Ora ci serve qualcuno che ci custodisca l’auto durante la giornata, per non rischiare di trovarla senza un goccio di carburante al nostro ritorno.

Riusciamo a muoverci a piedi solo verso le 7:45, risalendo il ripido versante sinistro della valle. Il militare di frontiera ci ha sconsigliato questa via, poiché l’accumulo di valanga che riempie la forra del torrente, e che di solito funge da “ponte” per attraversare il corso d’acqua, è collassato. Noi decidiamo di provarci comunque, visto che non conosciamo altre vie per penetrare all’interno della valle, e raggiungere così il ghiacciaio.

La giornata è magnifica, la neve fresca, caduta stanotte per la prima volta a tremila metri ci avverte che l’estate sta lasciando il posto all’autunno. Superato il suggestivo bosco di abeti secolari, scendiamo nella forra tra mille dubbi sull’effettiva percorribilità dell’attraversamento. In breve ci troviamo di fronte una voragine di trenta metri, contornata dai residui della valanga; poco più a monte, un ponte di neve sembra ancora utilizzabile, ma per raggiungerlo siamo costretti ad una deviazione attraverso un terreno molto difficile. La vegetazione è davvero rigogliosa, e la pioggia del giorno prima, accumulata sulle foglie e sui rami, ci procura una lunga doccia indesiderata. Dopo un’ora di pura fatica riusciamo ad attraversare il ponte di neve, per poi continuare il nostro cammino, muovendoci più velocemente sulle tracce già percorse due settimane prima.

L’obbiettivo della missione è recuperare il termo-igrometro datalogger che sta registrando dati dalla fronte del ghiacciaio, e il recupero delle paline ablatometriche che, una volta lette, potranno farci comprendere quanto ghiaccio è andato perso a partire dal 8 agosto, giorno di inizio delle misurazioni.

Raggiungiamo un roccione chiamato dai locali “mother rock”, da dove possiamo osservare la lingua valliva del Ghiacciaio Kitlodi. Finalmente usciamo dalla vegetazione e possiamo raggiungere il datalogger. Sono ormai le 14.00 ed abbiamo poco tempo per eseguire i lavori. Il ponte in tronchi di betulla costruito 2 settimane prima dai portatori per superare il torrente Tseri è fortunatamente intatto e possiamo così arrivare alla fronte del ghiacciaio. Gli amici georgiani preferiscono fermarsi, e così salgo il più velocemente possibile alla ricerca delle paline. Le trovo abbastanza facilmente ed in meno di 2 ore, senza avere neppure il tempo per uno spuntino, sono di nuovo da loro. Le paline, posizionate in una zona del ghiacciaio dove la superficie è coperta da detrito roccioso di diverso spessore, hanno perso da 64 a 99 cm in poco più di 2 settimane. Valori così contenuti, rispetto alle zone dove il ghiaccio è a contatto diretto con l’atmosfera, sono dovuti proprio al potere isolante del detrito roccioso, una eccellente protezione dalla radiazione solare.

È molto tardi e lo spauracchio di un rientro al buio ci fa limitare le pause al minimo indispensabile. Il rientro non è lineare, occorre effettuare almeno tre risalite che rubano tempo ed energie. Sono le 19.00 quando raggiungiamo nuovamente la valanga: il ponte di neve ha fortunatamente tenuto e riusciamo a superarla. Optiamo ora per una via diversa rispetto al mattino, una via più lunga e ricca di incognite, ma più sicura. Risaliamo con le ultime energie l’alveo di un torrente alla ricerca di una traccia che ci riconduca sul sentiero principale, occorre salire di circa duecento metri, ma la traccia c’è e la tensione di colpo si scioglie. L’umore torna alto ed ispirati dalle splendide luci del tramonto che illuminano la magnifica piana di Chvabiani, i ragazzi intonano dei caratteristici canti Svan. La notte ci raggiunge mentre percorriamo gli ultimi tornanti sopra il villaggio: stiamo camminando da tredici ore pressoché ininterrottamente. Levani, Georg e Romani, forti ed orgogliosi, non dichiarano la loro fatica mentre io ringrazio l’allenamento dei due mesi precedenti, senza il quale, dopo 4 giorni di antibiotici, non avrei mai potuto chiudere la missione in un solo giorno.

Un amico dei ragazzi, con uno squisito gesto di ospitalità, ci invita nella sua casa offrendoci un eccellente khachapuri che divoriamo affamati, a suggello di una splendida giornata di lavoro e divertimento in una magnifica e selvaggia valle del Caucaso.

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