Una giornata in stile alpino

Cinque del mattino. Ha appena smesso di piovere, le nubi che chiudono l’orizzonte verso la testata della valle sono così basse ed opprimenti che sembrano voler togliere il respiro. Al pesante fango delle vie di Mestia siamo ormai abituati, ma questa mattina anche la vecchia Lada Niva 4×4 pare non volerne più sapere e fatica ad accendersi. Sono alla ricerca di tre ragazzi di Tbilisi per tentare di recuperare alcuni strumenti meteorologici e glaciologici lasciati sul ghiacciaio Tviberi. Il maltempo ci ha costretti ad un lungo stop e questa è l’ultima possibilità prima del rientro in Italia. Li trovo puntuali al ponte provvisorio sull’impetuoso torrente che arriva dai ghiacciai Chaalati e Lekhziri, è scuro e cattivo, in piena a causa della pioggia e del caldo che in questo agosto ha fuso metri e metri di ghiaccio. Un breve saluto e ripartiamo, hanno solo uno zaino in 3, i miei piani di spartire il mio, pesante, vanno a farsi benedire. La mia barba, dopo un mese di attività sul campo, rivaleggia con la loro. Fossimo in Italia, ci scambierebbero per un commando di terroristi. Per la prima volta abbiamo la possibilità di organizzare un’uscita in “stile alpino” o, meglio, in giornata, leggeri, senza l’aiuto né di portatori, né di cavalli. In tutta la spedizione non sono riuscito ad abituarmi all’idea che qualcuno venisse pagato per portare la mia attrezzatura, seppur debitamente pagato; per risolvere le mie turbe mentali ho così deciso quantomeno di avere sempre lo zaino pesante come il loro. 

Oggi fortunatamente le cose vanno diversamente, mi sento un po’ più a casa, muovendomi in jeep con gli amici glaciologi verso il villaggio di Zebeishi, discutendo, più a gesti che a parole, di ghiacciai, ragazze e Adriano Celentano, un mito intramontabile da queste parti. Quando tocchiamo il tema “università” il discorso si fa’ più impegnativo. Si lamentano dello scarso interesse per lo stato della ricerca in Georgia ed invidiano l’Italia… Fatico a spiegargli come, per fare un esempio, al mio rientro in Italia non avrei più avuto né la mia provincia né il mio comune. Già sapevo che non sarebbe andata a finire così, ma mi serviva per spiegare come sia più piacevole vivere in un contesto sociale di crescita e sviluppo piuttosto che in uno di lenta decadenza. 

Arrivati al paese perdiamo tempo intrappolati nelle pratiche burocratiche. I militari che controllano la valle di Tviberi ci chiedono, per l’ennesima volta, la carta d’identità in “ostaggio” fino al nostro ritorno. Hanno paura di una nostra fuga in Kabardino-Balkaria? Difficile, visto che per superare il confine saremmo costretti a complessi itinerari alpinistici per il quale siamo palesemente inadeguati. Inoltre il confine è presidiato dai russi e non la passeremmo di certo liscia. Completate le pratiche andiamo alla ricerca di qualcuno che ci custodisca la vecchia Lada durante la giornata, per non rischiare di trovarla senza un goccio di carburante al nostro ritorno.

Riusciamo a muoverci a piedi solo verso le 7:45, risalendo il ripido versante sinistro della valle. Il militare di frontiera ci ha sconsigliato questa via, poiché l’accumulo di valanga che riempie la forra del torrente, e che di solito funge da “ponte” per attraversare il corso d’acqua, è crollato. Noi decidiamo di provarci comunque anche perché non abbiamo altra scelta, non conoscendo altre vie per penetrare all’interno della valle e raggiungere così il ghiacciaio. Iniziata la salita aiutiamo un militare che ci attende con il mitra a tracolla. Dopo un breve conciliabolo tra i georgiani, del quale, ovviamente non capisco nulla, lo aiutiamo nel portare l’infisso di una porta (!) fino alla sua modestissima postazione di controllo. Nonostante in Svanezia si respiri una atmosfera “senza tempo” e le attività militari sembrino soltanto routine senza fini concreti, è evidente da molti aspetti come l’ultima crisi bellica del 2008 abbia lasciato una profonda ferita nello spirito del popolo georgiano. Nell’estate di soli 3 anni fa’, la Russia, a seguito di un improvviso attacco georgiano, intervenne a sostegno delle regioni autonomiste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. In soli 5 giorni l’Armata Rossa debellò le forze georgiane arrivando alle porte di Tbilisi. Il presidente Saakashvili, confidando nel sostegno dell’amico George W. Bush, aveva deciso l’attacco per cercare di neutralizzare i ribelli e riprendere il controllo delle due regioni autonomiste, ufficialmente georgiane, ma sostanzialmente del tutto indipendenti. I russi si fermarono alle porte della città e fecero ritorno in patria con tutta calma lasciando intendere come, se solo lo volessero, potrebbero facilmente riprendersi l’intera regione e mettere le mani sui preziosi oleodotti che trasportano il petrolio dal Mar Caspio al Mar Nero. Nonostante in Georgia gli sguardi, dopo l’indipendenza post sovietica, siano rivolti ad ovest, l’ombra di Mosca è tutt’oggi una inquietante minaccia. 

Oggi però nella Valle di Tviberi la giornata è magnifica, la neve fresca, caduta stanotte per la prima volta a tremila metri ci avverte che l’estate sta finalmente lasciando il posto all’autunno. Superato il suggestivo bosco di abeti secolari, scendiamo nella forra tra mille dubbi sull’effettiva percorribilità dell’attraversamento. In breve ci troviamo di fronte un’impressionante voragine di quaranta metri, contornata dai residui della valanga; poco più a monte, un ponte di neve sembra ancora utilizzabile, ma per raggiungerlo siamo costretti ad una deviazione attraverso un terreno molto difficile. La vegetazione è davvero rigogliosa, e la pioggia del giorno prima, accumulata sulle foglie e sui rami delle betulle contorte e piegate dalle valanghe, ci procura una lunga doccia indesiderata. Dopo un’ora di pura fatica riusciamo ad attraversare il ponte di neve, per poi continuare il nostro cammino, muovendoci più velocemente sulle tracce già percorse due settimane prima. Siamo nel punto dove il ghiacciaio arrivava all’inizio del XIX secolo. Da qui non si vede null’altro che foresta e pascoli, la fronte è quattro chilometri più avanti.

Verso mezzogiorno, mentre cerchiamo di districarci tra le fittissime betulle, un boato ci distoglie immediatamente dalle nostre faccende. Non capiamo da dove arrivi visto che siamo in una valle completamente abbandonata. Escludiamo la possibilità che i russi stiano invadendo di nuovo la Georgia attraverso questa impervia e selvaggia valle. Restiamo con il dubbio e, sperando di non andare a sbattere contro l’Armata Rossa, proseguiamo il cammino verso la fronte del ghiacciaio.

Finalmente, a 2300 m di quota usciamo dalla vegetazione e ci infiliamo nella piana detritica che, ancora negli anni 70’ del secolo scorso, era occupata da un consistente strato di ghiaccio. Ora due enormi morene laterali ci fanno da sentinelle e ci spiegano, meglio di un qualsiasi testo di geomorfologia, che il ghiacciaio arrivava fin lassù, 200 m sopra il fondovalle. Sono ormai le 14.00 e abbiamo poco tempo per svolgere i nostri compiti; recupero il datalogger che da 2 settimane registra temperatura ed umidità dell’aria nei pressi del campo base che ci ha ospitato per cinque giorni ad inizio spedizione. Attraversandolo mi tornano alla mente alcuni fra i momenti più belli della missione: le notti di luna piena passate osservando le stelle nel silenzio più assoluto, i portatori impegnati nello “sport nazionale” della Svanezia, ovvero salire su alte pareti rocciose e lanciare lungo le stesse enormi massi fra urla e canti, la notte in cui abbiamo dovuto spostare le tende in fretta e furia sotto un violento temporale per non vederle allagate.

Il ponte in tronchi di betulla costruito due settimane prima dai portatori per superare il torrente Tseri è fortunatamente intatto e possiamo così arrivare alla fronte del ghiacciaio. Gli amici georgiani preferiscono fermarsi; del resto, come mi dicono, “it’s your job” e quindi ora mi devo arrangiare! Sono molto stanchi e sono stati gentili nell’accompagnarmi; così salgo il più velocemente possibile alla ricerca delle paline che misurano la fusione del ghiaccio. Le trovo, abbastanza facilmente, ancora in piedi; il ghiaccio ha perso un metro di spessore, un valore molto elevato considerata la loro collocazione in una zona dove il detrito isola il ghiaccio e permette una fusione minore rispetto a quella che interessa il ghiaccio “libero”. Correndo letteralmente sulla fronte del Tviberi, in meno di 2 ore, senza neppure il tempo per uno spuntino, sono di nuovo da Levan, Giorgi e Romani. 

È molto tardi e lo spauracchio di un rientro al buio ci fa limitare le pause al minimo indispensabile. Dieci minuti per mangiare delle strane aringhe sott’olio. Le scritte sulle lattine sono in cirillico e, come sempre, occorre andare sulla fiducia. Il rientro non è lineare; occorre effettuare almeno tre risalite che rubano tempo ed energie. Non camminiamo mai tranquilli per la paura del crollo del ponte di neve sul torrente, eventualità che ci costringerebbe a un indesiderato pernottamento all’addiaccio ed alla ricerca, il giorno successivo, di una diversa via di discesa a valle. Sono le 19.00 quando raggiungiamo nuovamente la valanga: il ponte di neve ha tenuto! Il suo spessore, ai limiti della praticabilità, ci fa camminare più leggeri e veloci che mai fino all’altra sponda. Optiamo ora per una via diversa rispetto al mattino, una via più lunga e ricca di incognite, ma più sicura. Risaliamo con le ultime energie l’alveo di un torrente alla ricerca di una traccia che ci riconduca sul sentiero principale. Occorre innalzarsi di almeno duecento metri. Ci lasciamo alle spalle il frastuono della gola dove il torrente si infila sotto la neve e la riconquista del silenzio ci riporta verso ambienti meno dantescamente infernali. Con grande sollievo scoviamo la traccia che ci toglie dai guai e la tensione di colpo si scioglie. L’umore torna alto e, ispirati dalle splendide luci del tramonto che illuminano la piana di Chvabiani, i ragazzi intonano i caratteristici canti Svan. Le loro melodie fanno eco sulle pareti di roccia che circondano la valle trasportandoci improvvisamente in un magnifico mondo fiabesco. Del resto, una delle caratteristiche che meglio contraddistingue queste valli è proprio l’aspro contrasto fra la dolcezza e l’ostilità, la pura ed incontaminata bellezza di montagne meravigliose, come l’Ushba e il Tetnuldi, e le cicatrici sociali e architettoniche della travagliata storia contemporanea di queste regioni. 

La notte ci raggiunge mentre percorriamo gli ultimi tornanti sopra il villaggio: stiamo camminando da tredici ore pressoché ininterrottamente. Levan, Giorgi e Romani, forti e orgogliosi, negano la loro fatica mentre io ringrazio l’allenamento dei mesi precedenti, senza il quale, dopo cinque giorni di antibiotici e senza quasi mangiare, non avrei mai potuto portare a termine questa missione. Superato il ricovero del militare troviamo il sentiero ingombro di grossi massi, ci guardiamo e scoppiamo a ridere all’unisono: il mistero del boato è risolto! Il militare ha deciso che un roccione strapiombante sul sentiero andava eliminato e l’ha fatto saltare con la dinamite; adesso non “incombe” più, ma “ingombra” e non sono certo che sia stato un buon affare…

Entriamo in paese attraversando il ponte sull’enorme ed impressionante torrente Tsaneri, La Lada è al sicuro da un amico dei ragazzi, che, con uno squisito gesto di ospitalità, ci invita nella sua casa offrendoci un eccellente khachapuri, la tipica focaccia georgiana farcita di formaggio fuso; la divoriamo, affamati, a suggello di una lunghissima e splendida giornata nella orgogliosa, aspra e magnifica Svanezia. 

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